Che cos’è un libro?

Interrogarsi sulla qualità definitoria del termine libro alla luce delle più recenti sofisticazioni della carta stampata con le tecnologie digitali sembra essere diventato un esercizio di notevole spessore che si impone con sempre maggiore urgenza all’attenzione di operatori di mercato e attori della filiera editoriale. Dopo più di mezzo millennio di onorata carriera dell’industria libraria – la prima edizione su carta stampata di un manoscritto (editio princeps) si fa risalire intorno al 1445 –, è significativo che questa lamenti tuttavia uno statuto ontologico incerto. Si rende dunque necessario retrogradare il dibattito sull’essenza stessa del libro sino alle sue fasi più remote e ripristinare, nel novero dei temi che lo animano, la necessità di una più valida e performativa definizione del medium.

La definizione che di libro ci fornisce l’Unesco, quale «pubblicazione a stampa, non periodica, di almeno 49 pagine», non aderisce con una copiosa parte della produttività testuale di ultima generazione, un corpus di testi “ibridi” dove il vecchio e il nuovo convergono, alla materia scritta si affianca il disegno animato, alla staticità della carta si sostituisce la dinamicità dello schermo interattivo dei portable digital devices, la narrazione si fa non-lineare e trans-mediale, il plot narrativo viene integrato da sofisticati meccanismi di gamification e condivisione dell’esperienza di fruizione. Non si tratta, dunque, della mera trasposizione del libro cartaceo nel suo formato elettronico, ma di prodotti editoriali originali che puntano a massimizzare il piacere dell’esperienza di fruizione e che  possono vantare, tra le loro sempre più folte schiere, anche casi editoriali illustrissimi quali popolari storybooks interattivi come Wonderbook: Il Libro degli Incantesimi per PlayStation 3, un software che sfrutta i più evoluti progressi informatici in fatto di realtà aumentata per dare vita a coinvolgenti esperienze di gioco grazie all’interazione tra libro e telecamera della consolle.

Resta allora da chiedersi «che cos’è un libro?», quando questo non è più (solo) un supporto fisico sfogliabile, stampabile, editabile, ma diviene un vero e proprio ecosistema complesso, declinabile in una varietà di forme e piattaforme, abitato da soggetti sempre più interconnessi e coinvolti l’uno nei circuiti decisionali dell’altro. Una possibile risposta al quesito ci è suggerita da Kant[1]: «un libro è uno scritto (se tracciato con la penna o con caratteri tipografici, su pochi o molti fogli, è qui indifferente) il quale rappresenta un discorso che qualcuno tiene al pubblico tramite segni linguistici visibili». Un libro è dunque un discorso, un racconto in cui un autore/scrittore si rivolge ad un pubblico tramite un editore, un complesso sistema di elementi iconici e semantici, un testo sincretico sul cui piano dell’espressione interagiscono codici simboli extralinguistici di diversa natura, e poco importa se tale racconto sia «tracciato con la penna» o con i pixel, impaginato su carta o visualizzato attraverso la mediazione di uno schermo luminoso. Parafrasando le intuizioni di Kant, un libro, in quanto discorso pubblico, ha sempre teso all’interazione, alla partecipazione, alla condivisione dell’esperienza di fruizione e, forse, è solo con le più recenti evoluzioni dell’editoria digitale che il libro ha finalmente raggiunto l’età matura per erompere tutte le sue potenzialità espressive.


[1] Kant, I., Metafisica dei costumi. Dottrina del diritto, § 31, II, 1797

Conversazione con Joe (I)

Mi piacerebbe, Joe,  interpretassi i ripetuti abbandoni che si sono susseguiti nel corso della tua breve vita non come piccole tragedie che si sono consumate davanti ai tuoi spauriti occhi, lasciandoti nell’imbarazzo della stasi e dell’impotenza, ma come opportunità inedite di crescita, sollievo e liberazione. Non dico nell’immediato presente , ma magari da qui a cinque anni, che so, sviluppare l’illusione del bicchiere mezzo pieno, giacché, Joe, a te che se un estimatore del parlar bene, non dovrebbe risultare così inconcepibile che un bicchiere riempito a metà sia mezzo pieno, se non per altro per uso della lingua italiana. Comunque, Joe, questo uso demotivazionale che facciamo del nostro tempo libero ci porta a tradurre il capriccio in dolore, il lamento di uno in commiserazione di tutti. Ma lo sdegno con cui tu guardi il mondo, mio amato Joe, è lo stesso con cui il mondo risponde al tuo sguardo, non giova che ad alimentare le tue lagne, è inservibile ai tuoi fini e incomprensibile ai più. Dimmi, che ce ne facciamo di un altro come te?

In altre parole, se devi partire, non tornare.

Saprò fare di questa perdita un’opportunità.

Le tecnologie della parola. Platone, la scrittura e i computer

L’articolo che segue è un estratto del IV capitolo “la scrittura ristruttura il pensiero” del volume Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola di Walter J. Ong (1982)

oralità

Molti si sorprendono quando vengono a sapere che quasi le stesse obiezioni che oggi sono comunemente rivolte ai computer venivano mosse alla scrittura da Platone, nel Fedro (274-7) e nella Settima lettera. La scrittura, Platone fa dire a Socrate nel Fedro, è disumana, poiché finge di ricreare al di fuori della mente ciò che in realtà può esistere solo al suo interno. La scrittura è una cosa, un prodotto manufatto. Lo stesso, naturalmente, viene detto dei computer. In secondo luogo, incalza il Socrate di Platone, la scrittura distrugge la memoria: chi se ne serve cesserà di ricordare, e dovrà contare su risorse esterne quando mancheranno quelle interiori. La scrittura indebolisce la mente. [...] In terzo luogo, un testo scritto è fondamentalmente inerte. Se si chiede a qualcuno di spiegare una sua affermazione, questi di solito lo fa; interrogando invece un testo, non si hanno risposte, se non quelle stesse parole, spesso stupide, che avevano suscitato la domanda. La stessa obiezione è posta in questi termini da chi critica i computer: « garbage in, garbage out » pattume in ingresso, pattume emesso. Infine, con la tipica mentalità agonistica delle culture orali, il Socrate di Platone afferma, a sostegno della sua tesi contro la scrittura, che la parola scritta non può difendersi, mentre lo può quella parlata, che è più naturale. Un pensiero e un discorso esistono sempre in un contesto di rapporti fra persone reali. La scrittura invece è passiva, fuori da un contesto, in un mondo irreale, innaturale. Lo stesso vale per i computer.

A fortiori, la stampa è attaccabile nello stesso modo. Chi si turba di fronte ai timori di Platone sulla scrittura, ancor più si turberà a scoprire che la stampa, quando comparve, creò timori simili. Nel 1477 Geronimo Squarciafico, che di fatto promosse la stampa dei classici latini, già sosteneva che « l’abbondanza di libri rende gli uomini meno studiosi » (4) distrugge la memoria e debilita la mente, togliendole lavoro (ancora una volta, la stessa lamentela che per i computer), degradando l’umanità savia a vantaggio del compendio tascabile. Naturalmente altri videro nella stampa un elemento livellatore gradito: tutti sarebbero divenuti savi per suo tramite (5). Un punto debole nella posizione di Platone è che egli, per dare efficacia alle sue obiezioni, le presentò per iscritto; così come un punto debole della critica contro la stampa è che, per essere più efficace, essa fu espressa in forma stampata. Lo stesso vale per la critica ai computer che si diffonde in articoli e in libri stampati da nastri composti sui terminali dei computer. La scrittura, la stampa, i computer sono tutti mezzi per tecnologizzare la parola. Una volta che ciò è avvenuto, non c’è modo efficace per criticare quel che la tecnologia ne ha fatto senza l’ausilio della più alta tecnologia disponibile. Inoltre, la nuova tecnologia non è solo un veicolo per la critica: in realtà, essa stessa ha fatto nascere quella critica. Il pensiero filosofico analitico di Platone, compresa la sua critica della scrittura è, come si e visto (6) un effetto della influenza della scrittura sui processi mentali.

In realtà, come Havelock ha eccellentemente dimostrato (7), tutta l’epistemologia platonica inconsapevolmente si fondava proprio su un rifiuto del vecchio mondo della cultura orale, mobile e caldo, il mondo delle interazioni personali, rappresentato dai poeti, che egli non aveva voluto nella sua Repubblica. Il termine idea, « forma » ha una base visiva, poiché deriva dalla stessa radice del latino video, « vedere »; la forma platonica era concepita in analogia con quella visiva. Le idee platoniche sono silenti, immobili, prive di calore, non interattive ma isolate, non inserite nel mondo vitale umano ma al di sopra e al di là di esso. Naturalmente Platone non aveva piena consapevolezza delle forze inconsce all’opera nella sua psiche per produrre questa reazione, spesso eccessiva, che è dell’individuo alfabetizzato nei confronti della lentezza e dell’indugio dell’oralità.  Tali considerazioni ci mettono in guardia contro i paradossi che assediano i rapporti fra la parola parlata originaria e tutte le sue trasformazioni tecnologiche. Queste irresistibili trasformazioni dipendono dal fatto che l’intelligenza è sempre autoriflessiva, per cui interiorizza anche i suoi strumenti esterni, i quali diventano parte del suo proprio processo di riflessione. Uno dei paradossi più sorprendenti della scrittura è la sua stretta associazione con la morte, associazione suggerita nell’accusa di Platone che la scrittura è disumana, inanimata, e distrugge la memoria. [...] Il paradosso consiste nel fatto che lo stato di morte del libro, la sua rimozione dal mondo imano vivente, la sua rigida fissità visiva, ne assicurano la durata nel tempo e la possibilità di risorgere in illimitati contesti viventi, grazie a un numero potenzialmente infinito di lettori (8).

Note:

4. Citato in M. Lowry, The World of Aldus Manutius: Business and Scholarship in Renaissance Venice, Ithaca, NY, Cornell University Press, 1979.

5. M. Lowry, The World al Aldus Manutius, cit., pp. 31-32.

6. E.A. Havelock, Preface lo Plato, cit.

7. Ibidem.

 8. W.J. Ong, Interfaces of the Word, cit., pp. 230-271.

Ong W. J., Orality and Literacy. The Technologizing of the World, London and N.Y., Methuen, 1982 [trad. it. di A. Calanchi Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino 1986]

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